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La recensione di Carlo Alfieri

Pubblicato: aprile 12, 2013 in Uncategorized
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Pubblichiamo l’interessante recensione dello scrittore e critico letterario Carlo Alfieri, pubblicata sul suo sito http://www.carloalfieri.com

Arrivato alla fine di ogni lettura, mi chiedo sempre: che romanzo ho letto? Una domanda che tende naturalmente ad inquadrare il genere, dopo aver seguito il dipanarsi dell’intreccio e afferrato il senso della fabula. Non è un esercizio ozioso, perché definire il genere permette di contestualizzare le espressioni stilistiche, i modi narrativi, le metafore e i sottintesi. Permette di afferrare i riferimenti culturali e le allusione o le contaminazioni. Ebbene, arrivato alla fine di questo romanzo, devo confessare che non mi è stato immediatamente facile definirne il genere.

Ci sono delitti, ma non c’è l’intervento della legge, non c’è polizia, non ci sono investigatori, né pubblici né privati. Quindi non è un poliziesco. È per certo un romanzo d’azione, ma la ragion d’essere di queste azioni rimane assai incomprensibile per almeno tre quarti del libro: c’è un incalzante succedersi di eventi, apparentemente slegati tra di loro, così come i legami tra i numerosi personaggi che man mano entrano in scena appaiono tenui, appena accennati, sempre che ci sia un accenno. Quindi un mistery? Tornando all’azione: c’è violenza, brutalità, intrigo, sangue: tratti tipici del noir. Tuttavia, fin dall’inizio si coglie l’aleggiare di un sentore di soprannaturale, assolutamente indefinibile: però c’è. Non sarà per caso un fantasy?

Beh, non voglio togliere a chi leggerà questo libro il piacere di scoprirlo da solo. Per conto mio, a lettura terminata, e concluse le mie ipotesi sul genere, è rimasta la convinzione che la struttura narrativa, sorretta da una scrittura nervosa, acida, coinvolgente, serva anche da supporto a una forte metafora d’ordine morale. Si parla infatti non solo del male in sé, come categoria metafisica [il male come assenza del bene di Tommaso d’Aquino], ma dell’uso che del male si può fare, dei vantaggi che dal male si possono trarre. Se un’alterazione psichica può diffondersi come una malattia infettiva, producendo altre alterazioni, che possono essere convogliate per l’attuazione di un “unico disegno criminoso” come recita la giurisprudenza, ecco che ci troveremmo di fronte ad una razionalizzazione del male come strumento attuativo progettuale. Questo, credo, ci vuole indicare il libro: se ne vogliamo la controprova, proviamo a pensare al genocidio nazista condotto nei lager: un’infezione morale trasmessa dal capo paranoide, giù per li rami, attrverso le gerarchie del potere, fino agli insignificanti esseri umani, il cui compito era di tenere accesi i forni o di scavare le fosse comuni. Vi ricordate di Hannah Arendt e la sua famosa frase “la banalità del male”? Lei si riferiva ad Eichmann, e voleva intendere che forse il male non è solo e semplicemente la supina ed acritica accettazione di ordini folli emanati dall’alto, ma anche il compiaciuto convincimento che l’esecuzione di tali ordini faccia parte dei propri doveri di fedeltà ed obbedienza, due concetti che malgrado il contesto omicida, gli esecutori considerano virtuosi.

Concluderò queste mie note di lettura: Quando il suo sguardo è un romanzo che dopo avermi avvinto con la sua travolgente sequenza di accadimenti, abilmente condotti a sintesi nelle ultime pagine dagli Autori, mi ha lasciato temi da elaborare che andavano al di là della trama “di superficie”, godibile e fruibile senza fatica. Chiudere un libro e continuare a pensarci non capita tutti i giorni.

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